"Il greco fa schifo", questo scrisse anni fa fra le pagine del suo Rocci, lo storico vocabolario, Andrea Marcolongo: un nome da maschio, un aspetto da fatina, un cervello non comune.
Toscana, nata per caso a Crema, ha studiato a Milano e ora vive fra Livorno e Sarajevo. Ha fatto la gavetta delle lezioni di greco agli studenti dei Licei classici, e proprio per uno di loro aveva scritto quello che sarebbe diventato il primo capitolo del suo libro, mandato quasi per scherzo alla sua agente, dicendo "Non è da bestseller".
Invece bestseller fu: Andrea ha smesso di scrivere per i politici (suo il famoso discorso di Renzi sulla "generazione Telemaco") e oggi insegna alla Scuola Holden di Baricco a Torino, dove in passato era entrata da studentessa con una borsa di studio.
Quasi...
Ma come si arriva dall'odiare il greco, come evidentemente faceva quella ragazzina di qualche anno fa, a scrivere un libro che esalta le doti di questa lingua morta?
Confessando innanzitutto incertezze, dubbi e sonori fiaschi di studentessa ("Il topo delle Sabine" resterà negli annali) e facendosene carico, senza ergersi a giudice o atteggiarsi a fenomeno del momento.
L'umiltà, il talento, l'intelligenza di questa scrittrice - perché non si tratta di un semplice saggio ma, potremmo dire, di un romanzo di formazione - sono alla base del successo del libro, che ha venduto, nell'ignorante Italia, quella dove non si legge, migliaia di copie. Tutti grecisti? Chissà...
Forse l'unico appunto che si può fare all’autrice è il fatto che, almeno secondo me, non è facilmente fruibile da chi non abbia frequentato almeno qualche mese di Liceo Classico, anche solo per la difficoltà di leggere parole in caratteri che vengono presentati nella loro pronuncia solo a pagina 29.
Andrea ci conduce proprio attraverso i propri dubbi (quel "ma come si traduce?!" che tormentava anche noi studenti) fra duali, ottativi, accenti e spiriti, raccontandoci la sua storia e citando canzoni dei Massive Attack per far capire l'alfa privativo.
Il greco antico è una lingua geniale perché contempla sfumature che i nostri idiomi moderni, molto pratici e “facili” non conoscono, e non a caso fu la madre dei maggiori filosofi della storia, perché saper parlare è saper ragionare, e viceversa (come sanno bene i toscani, per i quali i due verbi si equivalgono nel significato).
Questo è il libro che dovrebbero leggere e consultare tutti gli insegnanti, non solo di greco, per ricordarsi quanto difficile sia il percorso dei ragazzi che si avvicinano ad una materia estremamente formativa ma lontana secoli luce da loro.
Per dirla con Virginia Woolf: "È al greco che torniamo quando siamo stanchi della vaghezza, della confusione; e della nostra epoca".
Consigliato a chi ha fatto studi classici, per capire finalmente come mai, anche se di greco si ricorda poco, è uno dei pochi che continua ad usare il punto e virgola. ;)
Ora tocca a voi: avete letto questo libro? Avete studiato il greco? Cosa ne pensate? Ma soprattutto, avete ancora il vostro Rocci?
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