Cerca nel blog

martedì 11 luglio 2017

L'OPERA PER IMBRANATI: VINCENZO BELLINI.


 Bentornati a un'altra puntata della nostra carrellata molto poco seria sull'Opera.
Se non siete nati in questo secolo, forse ricorderete le ultime cinquemila lire della storia italiana, quelle verdi, con cui potevi comprare un paio di gelati di ragguardevoli dimensioni (quindi paragonabili come valore agli attuali cinque euro). Il personaggio che campeggiava sul lato principale era proprio lui, l'eternamente giovane Vincenzo Bellini, con il suo aspetto delicato e nordico, che testimonia inequivocabilmente il passaggio dei normanni nella città dell'Etna, Catania. Di lui possediamo solo ritratti pittorici perché, benché fosse più giovane di Rossini, non visse abbastanza da essere immortalato dalla novella arte fotografica.


Dalla casa in cui vide la luce nel 1801 si gode ancor oggi la vista del teatro greco, e qualcuno sostiene che avrebbe avuto in mente lo spettacolo delle rovine illuminate dalla luna, mentre componeva l'inno forse più bello dedicato al nostro satellite: "Casta diva", cavallo di battaglia di un'altra inimitabile diva, più umana che casta, Maria Callas.


Nato da una famiglia di musicisti, mostrò un precocissimo talento compositivo che lo portò alla Scala di Milano e all'Opera di Parigi. Purtroppo la morte lo colse in Francia nel 1835 a soli trentaquattro anni.
L'aggettivo che più spesso viene attribuito al lavoro di questo straordinario musicista è "cristallino":  ai riccioli e ai virtuosismi vocali ai quali aveva abituato la propria epoca Rossini, Bellini oppone uno stile personale, contraddistinto da una linea vocale chiara, limpida, cristallina, appunto. Questo lo porta a scrivere pezzi dalla semplicità quasi infantile ma nello stesso tempo, come spesso sono i bambini, geniale. La sua lezione venne accolta in particolare da Verdi, che lo richiama in molte linee melodiche.


Il Mogol di Bellini/Battisti fu il librettista Felice Romani: il loro sodalizio artistico si interruppe poi in modo brusco ma con i testi scritti da lui Bellini raggiunse indubbiamente le vette della propria produzione. Anche Bellini era prolifico e veloce come Rossini: due dei suoi capolavori videro la luce nello stesso anno, il 1831. Il perché di tanta produttività si spiega anche col fatto che le arie composte per un "Hernani", che non avrebbe mai visto la luce (se non qualche anno dopo ma ad opera di Verdi), furono riciclate da Bellini per i suoi due fiori all'occhiello: come quando inviti a cena degli amici e poi non vengono più. Che fai, butti tutto? No, surgeli...




Il primo di questi fiori, "La Sonnambula", è un'opera semiseria ambientata in un villaggio della Svizzera, che in questo periodo andava fortissimo (vedi il Guglielmo Tell di Rossini, di due anni prima), dove arriva un conte in incognito (Rodolfo, basso) che subito esprime il suo apprezzamento per le grazie della protagonista Amina (soprano), promessa sposa di Elvino (tenore), che diventa subito geloso.

L'opera completa.

Ma godiamoci l'idillio prima della tempesta, con la promessa d'amore.

"Prendi, l'anello ti dono" nell'interpretazione
della coppia d'oro Sutherland-Pavarotti

Il Conte in realtà era originario di quei luoghi ed esprime con la pacatezza della maturità la gioia nel rivederli. Chi abbia presente "Di Provenza il mare, il suol" dalla Traviata può capire quanto debba Verdi al catanese.

"Vi ravviso o luoghi ameni." László Polgár.

Per uno strano scherzo del destino (ma qui il caro vecchio Freud avrebbe da dire la sua...) la giovane fidanzata, che da tempo gira di notte per il villaggio in stato di sonnambulismo, tanto da alimentare la leggenda di un fantasma, entra nella stanza del conte e si stende sul suo letto. Per un'ulteriore strana coincidenza, i compaesani proprio in quel momento vanno a rendere omaggio al Conte, e Amina viene sorpresa in quella situazione compromettente, tanto che Elvino rompe il fidanzamento e, per non saper cosa fare, si mette anche con la proprietaria della locanda (Lisa, soprano), da tempo innamorata di lui.
Ma prima canta tutta l'amarezza per quello che lui crede un tradimento, e l'impossibilità di amare di nuovo, in un'aria che chiamare struggente è poco.

"Tutto è sciolto", Javier Camarena.

Alla fine si salvano capra e cavoli quando Amina si mostra a tutto il villaggio in camicia da notte nientepopodimeno che sul tetto del mulino dove abita, avvalorando la tesi del sonnambulismo sostenuta dal Conte. Baci, abbracci, scambio di gagliardetti e tutti felici e contenti.

Questa esile trama viene esaltata dal tono sognante e fiabesco dato da Bellini alle arie, che culminano con l'aria in stato di sonnambulismo e con la celebre cabaletta finale "Ah, non giunge uman pensiero", che esprime tutta la gioia della povera Amina per il ritrovato amore di Elvino con ricami finissimi e acrobazie vocali lievi e frizzanti come l'aria delle montagne svizzere.

"Ah, non credea mirarti"
Eva Mei, soprano aretina.

"Ah, non giunge uman pensiero"
Godibilissima versione comica e danzata con Natalie Dessay.

Il sonnambulismo era un tema molto di moda all'epoca, perché associata alla pazzia, che pochi anni dopo Donizetti celebrerà degnamente. Ma non corriamo...

"Arrivo dalla Scala; prima rappresentazione della Norma. Lo crederesti....... Fiasco!!! Fiasco!!! Solenne fiasco!!! Io non ho più riconosciuto quei cari Milanesi, che accolsero con entusiasmo, con la gioia sul viso, e l'esultazione nel cuore, il Pirata, la Straniera, e la Sonnambula; e pure io credevo di presentare loro una degna sorella nella Norma!".
Questo scriveva Bellini ad un amico alla fine di quel prolifico anno, il 1831.
Come abbiamo già visto con “Il barbiere di Siviglia”, molti capolavori dell'Opera furono accolti freddamente. Probabilmente la protagonista dell'epoca ebbe qualche difficoltà ad entrare in un personaggio quasi costantemente in scena, che ha una sola aria, per di più accompagnata dal coro.
Ma, come si suol dire, un Maradona non può rimanere in panchina e la Norma venne, già dalla seconda replica, apprezzata per quello che era.
Anche in quest'opera Bellini, con l'aiuto di Romani, esprime tutto il suo amore per le donne (era un dongiovanni impenitente e le nobildonne della Scala smaniavano per i suoi occhi azzurri), ponendone una come protagonista assoluta, tratteggiando una seconda figura femminile di rara delicatezza e facendo fare al maschio comprimario una figura non proprio splendida.
Questa è una delle mie opere preferite, in cui amore, morte, gelosia, amicizia e solidarietà femminile si intrecciano in un insieme armoniosissimo.
Il libretto è ispirato ad una pièce teatrale che ricordava molto la tragedia greca "Medea" che, abbandonata da Giasone, finì per uccidere per vendetta i figli avuti da lui. Diciamo che la Norma è un po' una Medea versione spaghetti… 🍝

L'opera completa.

La storia si ambienta in Gallia più o meno al tempo di Asterix. 😂
Norma (soprano) sacerdotessa d'Irminsul, ha da tempo rotto il proprio voto di castità per amore del proconsole romano Pollione (tenore), al quale in segreto ha dato due figli. Sempre per amore, cerca di tenere a bada i bollenti spiriti dei Galli, che vorrebbero ribellarsi, profetizzando la fine di Roma "per i vizi suoi" (non aveva fretta, la ragazza!).
Purtroppo il "crudel romano" alle sacerdotesse ci ha ormai preso il vizio, infatti sta pesantemente insidiando anche la novizia Adalgisa (soprano o mezzosoprano).
Ma ascoltiamo il brano che è universalmente riconosciuto come il capolavoro belliniano e, per molti, anche l'aria d'opera più bella mai scritta.
Norma, nella foresta sacra dei Druidi insieme al coro dei Galli, leva un inno alla luna, la casta dea del titolo, per calmare i venti di guerra e placare gli animi ma, in cuor suo, chiede ancor più che si calmi l'ardore dei sentimenti che la devastano, presagendo l'imminente tempesta che la travolgerà.
Molte altre l'hanno cantata degnamente ma l'esecuzione da cui partire per ascoltarne altre è quella di Maria Callas.
"Casta diva, che inargenti queste sacre antiche piante, a noi volgi il bel sembiante senza nube e senza vel."

Divina, malgrado il coro che entra ad casum.

Dicevamo che Pollione, per tenere alto l'onore del maschio italico, si stava portando avanti con la giovane Adalgisa la quale, in preda agli scrupoli di coscienza, confida a Norma i palpiti d'amore che la stanno distraendo dalla sua vocazione. Qui si dispiega una delle scene più belle dell'opera, in cui le due voci femminili, unite dallo stesso sentimento, creano un tessuto musicale finissimo. "Io stessa arsi così!" dice fra sé e sé Norma, alla descrizione delle sensazioni scatenate dall'ancora anonimo amante (che poi è lo stesso!).


 "O rimembranza!"
Montserrat Caballé con la Cossotto, notare il make-up...

Con tempismo perfetto arriva Pollione che, al grido di "Scellerata, che facesti?" scopre gli altarini (per l'appunto!) e scatena l'ira di Norma, che minaccia di uccidere i figli. Invano Adalgisa cerca di convincere Pollione a tornare con Norma ma, suonando il gong sacro, la sacerdotessa furente chiama a rapporto i Galli, annunciando che gli dei sono finalmente favorevoli alla rivolta, da propiziare con un sacrificio umano: il romano colto nell'atto di rapire Adalgisa e una sacerdotessa spergiura che merita la morte. Ma al momento di fare quel nome, Norma con un nobile gesto accusa se stessa.
Quando salgono entrambi sul rogo, i due ex amanti ritrovano l'unità e a Pollione vengono messe in bocca queste improbabili ma stupende parole: "Ah, troppo tardi t'ho conosciuta, sublime donna, io t'ho perduta!"

"Qual cor tradisti". Da 3:15.

Richard Wagner di quest'opera disse, con lapidaria concisione: “Di tutte le creazioni belliniane, Norma è quella che, accanto alla più ricca pienezza delle melodie, unisce l’ardore più intimo con la dignità più profonda.”  




L'Opera, essendo un prodotto tipico italiano, stimola spesso il palato, oltre che l'orecchio: la pasta alla Norma, cioè con le melanzane, deve la sua genesi ad un modo di dire diffusosi all'epoca del grande successo di quest'opera; "È una Norma" significava il non plus ultra, quindi questo tipo di piatto dagli ingredienti tipicamente siciliani venne battezzato così.


Il cocktail Bellini, invece, fu inventato a Venezia da Cipriani dell'Harry's bar in occasione di una mostra sul pittore Giovanni Bellini e quindi non c'entra nulla col nostro compositore.

Come sempre, ditemi se conoscevate queste opere o se avete qualcosa da aggiungere o qualche curiosità a riguardo. 


Leggi "Mozart. parte I" 
"Mozart parte II" 
"Rossini"
Chi scrive questa serie di post non è né una musicista né una musicologa. Se si è una di queste due cose, la lettura può nuocere gravemente alla salute. Segnalate eventuali sfondoni.


Lasciando un commento mi aiuterete a migliorare la qualità dei post! 😊

Diventa follower del blog con il tasto Segui che trovi in alto (versione web).




domenica 9 aprile 2017

TORTA AL CIOCCOLATO VERSIONE DEFINITIVA.

Questa torta la potremmo chiamare "Similsacher", oppure "Adietadadomani" o "Il colesterolo è il mio mestiere" e via dicendo.
Bella no.
Altre ricette? Leggi "La Panzanella"
Ha un procedimento estremamente semplice e una riuscita spettacolare, soprattutto fra i bambini, che in genere tornano con le pupille dilatate e il piatto in mano dicendo, con un tono che non ammette repliche: "ANCORA!"(sperimentato alle feste di compleanno di mia figlia, dopo che ebbi realizzato che le costosissime torte di pasticceria restavano tutte lì).

Versione multipla da compleanno di bambini.


Ingredienti:

300 g di cioccolato fondente (tipo cioccoblocco)
90 g di burro
3  uova
150 g di zucchero
80 g di farina


Come vedete non c'è lievito e la farina è pochissima.

Innanzitutto si accende il forno ventilato a 180 gradi e si scioglie il burro con il cioccolato in una ciotola nel microonde, mescolando poi finché i due ingredienti non si sono amalgamati bene (non assaggiate nemmeno per scherzo la roba che viene fuori, perché se siete come me il dolce perde ogni possibilità di esistere, accontentatevi di ripulire la ciotola alla fine).
Nel frattempo sbattete le uova e aggiungete lo zucchero e la farina.
Unite i due composti mescolando (abbastanza in fretta, perché il cioccolato col burro è caldo e potrebbe far rapprendere le uova).
Versare il tutto in una tortiera ricoperta di carta da forno.


Mettetela nel forno caldo a 180 gradi per 25 minuti e... voila! È pronta quando cominciano a formarsi delle crepe sulla superficie.

La bellezza non è tutto.

La torta ovviamente non cresce molto e vi sembrerà poca cosa ma in realtà ha il peso specifico del tungsteno, quindi le dosi saranno proporzionate.

Si può mangiare così, magari con l'aggiunta di panna montata o gelato.

Oppure ci sono due modi per rifinirla, e secondo me conviene.
Si può ricoprire di zucchero a velo (quando si deve portare in giro e  si vuole evitare di sporcare e appiccicottare tutto).
Si può guarnire con confettura di albicocche e dopo spolverizzare con del cacao magro (subito prima di servirla). Si crea un gel dal potere lisergico, che riproduce abbastanza efficacemente la botta di serotonina derivante dalla vera Sacher. Ve lo consiglio caldamente.


Ovviamente nessuno ci vieta di accompagnare anche in questo caso con panna e gelato! E poi... tutti a fare le analisiiii!

Ringrazio mia nipote Eleonora per la ricetta e Lucia, pasticciera prestata all'odontoiatria, per la rifinitura all'albicocca.
E voi avete una torta al cioccolato di fiducia? Riuscirà a reggere il confronto con questo mattone di gusto? Si dia inizio alle danze:  ognuno sciorini la propria ricetta!


Lasciando un commento mi aiuterete a migliorare la qualità dei post! 😊

Diventa follower del blog con il tasto Segui che trovi in alto (versione web).

martedì 21 febbraio 2017

L'OPERA PER IMBRANATI: ROSSINI.

Da uno che nasce il 29 febbraio di un anno (ovviamente) bisestile dobbiamo aspettarci che sia una persona comune? Questa domanda forse se la posero anche il trombettista e la modista, diventata cantante, che si ritrovarono fra le braccia il pupetto nel lontano 1792. Da pochi mesi era morto Mozart, ma il sole tornò a splendere sulle sorti della musica con i vagiti di questo giovane pesarese, Gioacchino Rossini.



Fortemente svalutato fino al secolo scorso, solo oggi forse se ne è compresa la portata musicale, oltre alla comicità surreale. Strepitoso il suo successo presso i contemporanei, finché non decise di ritirarsi più o meno a vita privata, poco più vecchio del suo idolo Mozart quando morì. Amava a tal punto il salisburghese e Haydn, che venne soprannominato "il tedeschino" quando, tredicenne, componeva le sue prime opere.

Ritratto “mozartiano” del giovane Rossini.
Come al solito, procediamo un po' a caso secondo le mie sconclusionate esperienze di ascolto.
Trovai, probabilmente in occasione del bicentenario della nascita del musicista, una cassettina (una prece per la scomparsa audiocassetta) de "L'italiana in Algeri"(1813), che il contemporaneo Stendhal definì "una follia organizzata e completa".
L'idea della follia, intesa come divertimento assoluto e senza freni, torna spesso in Rossini, che aveva in comune con Mozart una gran voglia di giocare.
Ascoltiamo ora l'Ouverture (l'inizio) dell'opera, che sfido chiunque a non conoscere (abbiate pazienza, tutte le Ouvertures cominciano piano e per arrivare al dunque ci mettono un po').



Dal concerto di Capodanno 2018 alla Fenice di Venezia. 


Come si può sentire, l'impronta mozartiana si sente, ma c'è un che di popolaresco e ridanciano che lo fa sembrare... un Mozart suonato dalla banda (questa è solo una mia impressione, ingiusta sia con Rossini, sia con molte Filarmoniche)!


Quest’opera racchiude inoltre un’inconfutabile verità: nell’aria che, come sempre, prende il nome dalle prime parole del testo si canta Le femmine d'Italia son disinvolte e scaltre, e sanno più dell'altre l'arte di farsi amar. Nella galanteria l'ingegno han raffinato, e suol restar gabbato chi le vorrà gabbar.”


Un’edizione del 2006 per la regia di Dario Fo.

La biografia di Rossini è un susseguirsi di aneddoti, sospesi fra storia e invenzione. Si narra, per esempio, che egli abbia composto l'aria "Di tanti palpiti", diventata famosissima all'epoca, in quattro minuti, il tempo di far finire di cuocere il riso per cena, tanto che diventò nota come "l'aria del riso".


Una caricatura di Rossini alle prese con gli spaghetti.
L'opera da cui è tratta, il "Tancredi", venne rappresentata in un anno chiave per la storia della musica, il 1813: nascono Giuseppe Verdi e Richard Wagner, in uno di quei nodi temporali che forse, più che avere un senso reale, servono agli studenti per ricordare la lezione.
L'aria viene cantata da un contralto, voce al confine fra uomo e donna, e il personaggio è maschile.



Con "Il barbiere di Siviglia" (1816)  Rossini si confronta con un testo (di Beaumarchais) già sfruttato sei volte, come abbiamo visto anche da Mozart. Infatti il Nostro inizialmente non utilizzò il titolo che poi ha assunto a furor di popolo, perché l'omonima opera di Paisiello aveva avuto un successo enorme, e chiamò la sua versione "Almaviva, o l'inutile precauzione". Mai precauzione fu più inutile, perché la prima fu un fiasco totale, forse a causa di una contestazione organizzata dagli impresari del teatro concorrente, forse per la chiusura mentale dei sostenitori di Paisiello o forse perché veramente troppo nuova e anticonvenzionale per l'epoca. Ma già alla seconda rappresentazione cominciò il successo ancora in atto di questo capolavoro, pieno di arie celeberrime.
Come già accennato, si tratta del prequel de "Le nozze di Figaro" di Mozart: qui nasce la storia d'amore fra Rosina, la futura contessa d'Almaviva (mezzosoprano) e il conte d'Almaviva (tenore, come tutti i giovani innamorati), che la conquista sotto il falso nome di Lindoro, contrastati dal tutore Bartolo (basso, come tutti i vecchi rompiscatole).


Rossini fu anche uno dei primi musicisti ritratti dalla neonata arte fotografica.
Cominciamo ovviamente dall'Ouverture, stranota anche per un punteggiato che rende il tutto ritmato e quasi ossessivo. Ripreso in una parodia dai burloni toscani di "Amici miei".





"Largo al factotum", se non la conoscete chiudete pure bottega!

Sì, proprio "Ah, bravo Figaro! Bravo, bravissimo!", quella lì!
Questo brano evidenzia meglio di altri che i cantanti rossiniani devono avere, oltre ad un gran fiato, uno spiccato senso dell'umorismo e del comico.




Un altro pezzo giustamente noto è quello cantato dal basso Don Basilio, il maestro di musica di Rosina, che espone l'impressionante teoria della calunnia con fredda determinazione, concludendo con uno dei crescendo che hanno reso celebre il compositore. Il testo è tristemente  attuale. Purtroppo negli anni Novanta Boncompagni ne volle fare una versione come sigla di "Non è la Rai" che potrebbe aver allontanato molti dall'opera!



La calunnia in versione Elio e le storie tese! 
   
Ancora più famosa "Una voce poco fa", cantata da Rosina, caratterino pepato, che si presenta docile come un agnellino ma pronta a saltar su "se mi toccano dov'è il mio debole". Praticamente l'inno del genere femminile.


Una virtuosis(ticis)sima Cecilia Bartoli. 


E ora... rullo di tamburi! Proprio in questo modo comincia infatti "La gazza ladra" (1817), la cui ouverture, se non fosse stata già stranota, lo sarebbe diventata per essere stata inserita nella colonna sonora di "Arancia meccanica" da Stanley Kubrik, uno che di musica si intendeva e che aveva un gusto finissimo nell'inserire un pezzo in contrasto o in analogia con la temperie del film e della scena. Qui (dal minuto 4:15) ha giocato sicuramente di contrasto, inserendolo in una sequenza di pestaggio.




Abbado.


Kubrik amava così tanto il "Cigno di Pesaro" da inserire nello stesso film un altro notissimo brano dall'Ouverture del Guglielmo Tell (1829), dove dopo un romantico, idilliaco inizio, Rossini sfodera la sua consueta verve e scodella per i pubblicitari di tutto il mondo una vera e propria manna dal cielo. Colonna sonora ideale per un raid di pulizie domestiche!




Muti (par condicio).

Questa è l'opera traguardo, in molti sensi, di Rossini, in cui rinuncia ai virtuosismi canori a lui cari per lasciare il posto a melodie di più ampio respiro, sconcertando non poco i contemporanei. Anche il tema è arduo, si parla della leggenda dell'eroe della Confederazione Elvetica, proprio quello costretto a colpire con un dardo una mela posta in testa al figlio.
I più... grandi di noi si ricorderanno sicuramente la sigla di apertura delle trasmissioni Rai che, se non vado errata, fino agli anni Ottanta veniva mandata prima della TV dei ragazzi, ovvero verso le quattro del pomeriggio. Proprio così, ragazze, non esisteva l'orario continuato come oggi e fino a quell'ora... monoscopio! Per me era l'Inno Nazionale, perché aspettavo in gloria i cartoni animati, che all'epoca venivano trasmessi in tempi e modi consoni ad un cervello infantile (un'ora al giorno, se avevi fatto i compiti, e ringraziavi anche il Cielo!)


  Sigla apertura trasmissioni Rai


Si tratta del finale di questa grandiosa composizione, l'ultima opera lirica composta da questo musicista, che Alessandro Baricco (bravo scrittore, divulgatore divino), analizza e commenta in questa trasmissione che vidi all'epoca e da cui rimasi affascinata per la competenza e facilità di comunicazione dell'autore. Non sono pienamente d'accordo con lui su alcuni giudizi ma bisogna ammettere che sono espressi con cognizione di causa.




"È difficile scrivere la storia di un uomo ancora vivo ... Lo invidio più di chiunque abbia vinto il primo premio in denaro alla lotteria della natura... A differenza di quello, egli ha vinto un nome imperituro, il genio e, soprattutto, la felicità." Questo scrive Stendhal nella sua prefazione alla biografia di questo genio della musica. Malgrado ciò, anche per una serie di malattie più o meno psicosomatiche, Rossini si ritira dalla scena musicale a soli trentasette anni e all'apice della fama, componendo solo opere da camera o musica sacra, capolavori come lo "Stabat Mater" e la "Petite Messe Solennelle" e vivendo prevalentemente a Parigi, dove morì il 13 novembre 1868. 
Qualcuno sostiene che si sarebbe ritirato perché schifato da un secolo "vigliacco e asino", da una civiltà rivolta "al vapore, la rapina, le barricate", dove non ci sarebbe stato spazio per il suo sano, corposo umorismo. In realtà con il Guglielmo Tell Rossini si dimostra all'altezza della nuova scena romantica, tanto da meritarsi l'apprezzamento da parte di Berlioz (che non era propriamente un suo fan) e Wagner. Ciononostante, colui che fu definito da Schubert "un genio straordinario" e fu omaggiato da Beethoven dall'inserimento dell'"aria del riso" nella seconda esecuzione della Nona Sinfonia, preferì rifugiarsi in una vita tranquilla e dedita ai piaceri della tavola. Innumerevoli gli aneddoti legati alla sua indolente golosità.



Era solito dire che l'unica volta che aveva pianto era quando un bel tacchino farcito ai tartufi gli era caduto da una barca nel lago di Como. Sempre con il tartufo, vanto della tavola marchigiana, era condita l'insalata che prende il suo nome e pare che, una volta che Wagner era andato a trovarlo nella sua villa di Passy, si fosse assentato a intervalli regolari per andare in cucina ad innaffiare una delicatissima lombata di capriolo.
Altri raccontano che una volta, dopo aver composto nel letto un'aria bellissima, gli fossero caduti i fogli in terra e, non avendo voglia di raccoglierli, abbia scritto un'altra aria, altrettanto bella.
La facilità con cui componeva era tale che la leggenda narra che riuscì a finire "Il barbiere", un capolavoro di circa cinquecento pagine, in meno di tredici giorni.
Morì nel 1868 a Parigi, venne sepolto nel cimitero degli artisti, il Père Lachaise, ma la sua salma fu traslata nel "tempio dell'itale glorie", la chiesa di S. Croce a Firenze dove tuttora riposa.



Si prova un’immensa simpatia per questo musicista, profondamente umano nelle sue vette di gioia e follia, come nei suoi baratri di depressione e rifiuto del mondo, non trovate?
Nel calderone delle sue opere si possono individuare distintamente gli ingredienti di quelle di Bellini, Donizetti e Verdi.

Se non ci credete, seguite le prossime puntate dell'"Opera per imbranati".

Chi scrive questa serie di post non è né una musicista né una musicologa. Se si è una di queste due cose, la lettura può nuocere gravemente alla salute. Segnalate eventuali sfondoni.

Lasciando un commento mi aiuterete a migliorare la qualità dei post! 😊

Diventa follower del blog con il tasto Segui che trovi in alto (versione web).