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martedì 17 luglio 2018

L'OPERA PER IMBRANATI: GAETANO DONIZETTI

Dopo Mozart parte I Mozart parte II, Rossini e Bellini, andiamo avanti con la mia strampalata esperienza d’ascolto: oggi è la volta di Gaetano Donizetti.


Poco più vecchio di Bellini ma quasi schiacciato fra il genio catanese e la valanga melodrammatica verdiana, venne soprannominato “Dozzinetti” perché ebbe una produzione tanto nutrita da screditare e inflazionare il suo lavoro. L’ho sempre considerato un simpatico outsider, lo sfigato di turno che fuori dagli ambienti accademici riesce a farcela. In realtà la storia dell’Opera non sarebbe la stessa senza di lui, e Verdi non avrebbe avuto le solide basi di partenza che ha avuto per fondare la propria ascesa. Fu rivalutato solo nel Novecento, benché una sua opera buffa non abbia mai cessato di essere considerata un capolavoro: “L’elisir d’amore”.

Nacque a Bergamo nel 1797 da una famiglia di umili tessitori e Simone Mayr, che aveva fondato in città una scuola per giovani talenti squattrinati ed ebbe l’ottima idea di dispensargli delle “Lezioni caritatevoli di musica”, lo definì “dotato di propensione, talento e genio per la composizione, nonché di pronta fantasia e facilità nel concepire idee musicali non disadatte alla parola”.


La leggenda gli attribuisce una ancor oggi celebre canzone d’amore napoletana, che impazzava negli anni intorno al 1840 fra i vicoli della città partenopea, per lui una seconda patria: “Te voglio bene assaje”. Parla di un amore non corrisposto e diventò a tal punto un tormentone (forse il primo dell’era moderna) che in molti espressero la loro insofferenza. Insomma, fu un po’ il “Despacito” dell’epoca.

Murolo non è un cantante lirico ma rende
 forse per questo giustizia al celebre canto popolare.

Ma veniamo a “L’elisir d’amore”, melodramma giocoso composto in meno di due settimane (più o meno quanto ci vuole a me per far un cambio di stagione negli armadi 🙄) e, inaspettatamente, accolto in maniera trionfale il 12 maggio 1832. Questa favoletta romantica dal sapore manzoniano (siamo negli anni delle prime versioni dei Promessi sposi), ambientata però nei paesi baschi, ricorda un po’ la belliniana Sonnambula, dell’anno prima. Fra i due musicisti c’era una forte rivalità e questo spinse Donizetti a premere sempre più sull’acceleratore della produzione, fino a comporre oltre settanta opere nella propria carriera.
L’opera narra la storia d’amore fra Nemorino (tenore) “coltivatore, giovine semplice” e Adina (soprano), “ricca e capricciosa fittaiuola”, corteggiata da Belcore (basso) “sergente di guarnigione del villaggio”. 

L’opera intera in una versione del 2012 con Villazòns

All’inizio Nemorino ha dei seri problemi di autostima, aggravati dalla disparità sociale fra lui e la ragazza, come si può evincere dall’aria “Quanto è bella, quanto è cara”.

L’eterno Pavarotti. Nutella per le mie orecchie.
“Io son sempre un idiota, io non so che sospirar...”

Ma proprio in quel momento arriva nel villaggio il ciarlatano di turno, il dottor Dulcamara (basso) “medico ambulante” che espone in maniera istrionica le strabilianti doti del magico elisir che dà il titolo all’opera, presentato come la panacea di tutti i mali. Quest’aria, dalla comicità di stampo rossiniano, è un pezzo di bravura che costringe i bassi impegnati nel ruolo a sessioni massacranti di scioglilingua per entrare nel ruolo. “Ei move i paralitici, spedisce gli apopletici, gli asmatici, gli asfittici, gl’isterici, i diabetici... Comprate il mio specifico, per poco io ve lo do.”


“Udite, udite o rustici”

L’improvvisa indifferenza di Nemorino, che aspetta fiducioso i prodigiosi effetti dell’elisir, indispettisce a tal punto Adina, che decide di sposare subito Belcore. Dopo la consueta girandola di equivoci, eredità e arruolamenti, Nemorino crede di vedere negli occhi della ormai conquistata Adina una lacrima, che esprime tutta la gelosia della ragazza per il ricco e corteggiato giovanotto e, quindi, il suo amore.
“Una furtiva lagrima”, forse fra i pezzi d’opera più conosciuti e amati in assoluto, ci porta in un’aura di autentico romanticismo, tenero ma non stucchevole, che ben si adatta al carattere semplice ma non per questo rozzo di Nemorino. Arpa e fagotto condiscono il tutto. E finisce, come in ogni opera buffa, a tarallucci e vino!

Roberto Alagna 1997.

Sarei curiosa di sapere cosa direbbe un neuropsichiatra di questa affermazione di Donizetti: “Quando ho nella testa della musica buffa sento un picchio molesto alla parte sinistra della fronte; quando è musica seria sento la stessa molestia dalla parte destra”. 
Proprio per un mal di testa il compositore si congedò da famiglia e ospiti in una sera d’estate del 1835 per ritirarsi in camera e comporre “Tu che a Dio spiegasti l’ali”, la celebre cabaletta finale della “Lucia di Lammermoor”, composta in 38 giorni  e cantata il 26 settembre dello stesso anno a Napoli proprio da alcuni dei cantanti ospiti di quella sera a casa Donizetti.
Siamo negli anni della cotta romantica per la Scozia dei romanzi storici alla “Ivanohe”, infatti questo soggetto venne tratto da “The Bride of Lammermoor”di Walter Scott.

Opera intera, Devia alla Scala ‘92

La trama non si discosta molto da quella di Giulietta e Romeo: i due giovani Lucia e Edgardo (rispettivamente soprano e tenore, e come ti sbagli?) si amano nonostante appartengano a due famiglie rivali e si promettono eterno amore al momento di separarsi; lui infatti ha capito che, se non vuole essere eliminato dall’amorevole fratello di lei, Enrico (un baritono, come tutti i cattivi da Opera), deve fuggire in Francia, dai cui confini arriveranno i suoi sospiri ardenti all’indirizzo della fidanzata, e viceversa.


“Verranno a te sull’aure”: Callas e Di Stefano, 
due mostri sacri.

Però il fratello falsifica una lettera, fa credere a Lucia che Edgardo l’abbia tradita e la costringe a forza di inganni e ricatti a sposare il ricco Lord Arturo. A contratto matrimoniale firmato, arriva Edgardo che, spada alla mano, tiene a bada i rivali e nel frattempo riesce a farsi restituire l’anello e a maledire Lucia con tutta la sua stirpe (complimenti!).
E qui si potrebbe aprire una breve parentesi su come, nel mondo dell’Opera, manchi completamente il concetto di FIDUCIA e di INNOCENZA FINO A PROVA CONTRARIA. Comunque...
Mentre Edgardo ed Enrico, il cognato, si sfidano a duello, Lucia esce dalla camera nuziale con un pugnale in mano, pallida, scarmigliata e con la veste bianca macchiata di sangue: ha ucciso il neosposo Arturo.
In preda ad uno stato allucinatorio, Lucia canta la celebre “Aria della pazzia” aggirandosi fra gli ospiti ancora presenti nel salone, convinta di essere di fronte all’altare con Edgardo. La pazzia, che il Romanticismo in questi anni amava trattare insieme ad altre misteriose manifestazioni della psiche umana (per esempio il sonnambulismo), viene rappresentata attraverso i vocalizzi follemente virtuosistici della protagonista, che descrive il proprio delirio con un canto purissimo, fatto di scale sfrenate e surreali (dove trova posto anche un’eco malinconica di “Verranno a te sull’aure”), finché non si accascia al suolo.


“Ardon gli incensi” Natalie Dessay. Un vero cavallo di battaglia. 

Saputo della morte della donna amata, Edgardo da bravo eroe romantico si uccide, non senza averle dedicato uno dei pezzi d’opera più noti, in onore dell’anima innocente dell’amata. Da lì a poco anche questa melodia avrebbe spopolato grazie agli organetti di Barberia (aridanghete con i tormentoni!).

“Tu che a Dio spiegasti l’ali” José Carreras

Donizetti negli anni successivi continuò a scrivere alacremente, benché si facessero già sentire i sintomi di un male, forse legato al morbo della sifilide, che lo portò alla morte. “La figlia del reggimento” e il “Don Pasquale” furono rappresentate a Parigi, città che lasciò per morire nella sua Bergamo l’8 aprile 1848.

Così si chiude questa puntata dell’”Opera per imbranati”, ditemi come al solito se conoscevate qualcuno di questi pezzi o avete qualcosa da aggiungere e cosa pensate del caro vecchio Gaetano! 



Chi scrive questa serie di post non è né una musicista né una musicologa. Se si è una di queste due cose, la lettura può nuocere gravemente alla salute. Segnalate eventuali sfondoni.

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sabato 5 maggio 2018

L'INDICE DI MALACHIA: MEMORIE DI UNA GEISHA.








Forse come molti di voi, nutro per i best sellers quell’istintiva antipatia che si ha per le cose troppo facili, scontate. Piace a tutti ma non a me. Spesso però mi sono persa qualcosa con questo atteggiamento, e negli ultimi anni ho abbandonato ogni remora. Leggo (non sempre compro, prendo in prestito da biblioteche o bibliofili) e se non mi piace, lo mollo.





Un'immagine del film tratto dal libro.
“Memorie di una geisha” ha un’altra caratteristica che in teoria mi avrebbe scoraggiata: il far leva sulla curiosità quasi morbosa di noi occidentali nei confronti di questa figura della società giapponese così affascinante e sensuale. Il libro mi è stato però consigliato da Francesca, una fedele seguace del blog, e dalla mia pusher ufficiale (mia madre), con la quale scambio volumi e passioni virali per scrittori e generi.
Cos’è una geisha? Una semplice prostituta? O qualcosa di simile ad un’etera greca? Non vi anticipo le risposte, più o meno definitive, a queste domande ma in queste poche righe tratte dal libro c’è, secondo me, tutta la pochezza del senso di superiorità dell’uomo occidentale nei confronti di un mondo che forse non capisce completamente.

La famosa geisha Mineko Iwasaki.
 “Da quando mi sono trasferita a New York ho capito che cosa significhi realmente il temine “geisha” per la maggior parte degli occidentali. Mi è capitato più di una volta di essere presentata, durante qualche ricevimento elegante, a questa o quella giovane donna splendidamente vestita e ingioiellata. Non appena costei viene a sapere che un tempo ha fatto la geisha a Kyoto, atteggia la bocca a una specie di sorriso (...) Naturalmente a questo punto non vale più neanche la pena di sforzarsi di parlare, perché la donna sta pensando: “Mio Dio... mi trovo con una prostituta...” Un attimo dopo viene salvata dal suo cavaliere, un uomo ricco che ha trenta o quarant’anni più di lei. Be’, spesso mi chiedo perché non si renda conto di quante siano le cose che abbiamo in comune. È una mantenuta, proprio come lo ero io, ai miei tempi.”

Un'immagine del film tratto dal libro.


Arthur Golden delinea con straordinaria delicatezza la storia di Chiyo/Sayuri, nome d’arte che assumerà una volta diventata una professionista nel compiacere e intrattenere gli uomini, ma potrebbe essere la storia, purtroppo ancor oggi troppo comune, di una qualsiasi bambina nata in una famiglia povera, venduta e sfruttata per la sua bellezza. 

Un'immagine del film tratto dal libro.



Collateralmente si deve rilevare la disputa fra l’autore (che all’inizio del libro presenta, con un artificio manzoniano, un alter ego olandese che pubblica le memorie di una ormai defunta Sayuri) e Mineko Iwasaki, una delle più famose geishe di Kyoto, irritata a tal punto dal fatto che fosse stato rivelato il suo nome nei ringraziamenti alla fine del libro, da contestare fortemente il contenuto del romanzo e scriverne la sua versione (dal pruriginoso titolo italiano “Storia proibita di una geisha”), che probabilmente leggerò, anche se pare introvabile.

Mineko Iwasaki
L’interesse del libro non è soltanto nella trama, innegabilmente avvincente, e nella bella scrittura di Golden ma anche nella precisione con cui si tratteggia la vita quotidiana di una geisha nel periodo a cavallo della seconda guerra mondiale.
Sayuri ci prende per mano e ci conduce, dal miserabile villaggio di pescatori dov’è nata, fino a Gion, il quartiere delle geisha di Kyoto; le sue gioie, i suoi dolori, le sue nemiche (chi non ha avuto una Hatsumomo nella propria vita?) e i suoi alleati diventano i nostri. 
La storia di Sayuri è una metafora forse un po’ melodrammatica ma efficace delle traversie che ognuno di noi deve subire per raggiungere, forse, (speriamo!) la pace agognata, “come un corso d’acqua che precipita su speroni di roccia prima di poter raggiungere l’oceano.”

Un'immagine del film tratto dal libro.
E voi? Avete letto il libro o visto il film del 2006? Fatemi sapere! (Scusate la fissa per il Giappone, mi passerà…)

Le immagini del film "Memorie di una geisha" e quelle di Mineko Iwasaki sono prese dal web, pertanto potrebbero essere oggetto di copyright.

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lunedì 5 marzo 2018

L'INDICE DI MALACHIA: LA LEZIONE DEL FREDDO di ROBERTO CASATI.

“Certo, andiamo a sciare o a far passeggiate sulla neve, e ci ritroviamo la sera nelle taverne di legno degli alberghi alpini a godere del tepore del camino. Ma si tratta di aneddoti, di freddo turistico. Dov’è un freddo che occupa tutta la nostra esistenza?”


Il libro di Roberto Casati non è il tipo di libro che mi attira, che avrei comprato. L’ha comprato e letto mio marito in pochi giorni durante le vacanze di Natale e questa voracità, insieme alle esclamazioni entusiastiche che ne scandivano la lettura, mi ha indotto a prenderlo in mano e sfogliarlo. Non sono riuscita a staccarmene.
Non amo i saggi o i libri tecnici ma questo è molto di più: racconta l’esperienza di un uomo di scienza (filosofo delle scienze cognitive, dirigente di ricerca del CNRS presso l’Institut Nicod a Parigi), che ha insegnato in diverse Università internazionali, e il suo rapporto con il freddo durante una di queste trasferte.


Roberto Casati.
In una casa di legno dal tetto azzurro del New Hamshire persa nel nulla, quando arriva l’inverno il freddo non è solo un fastidioso compagno di viaggio ma può diventare un micidiale nemico. Non per nulla la polizia locale raccomanda di tenere in macchina delle candele, utili a mantenere sufficientemente caldo l’abitacolo di una macchina rimasta disgraziatamente in panne nel gelo. Tuttavia Casati non parla del freddo come di un avversario ma come di una stimolante sfida, che lui raccoglie ogni mattina fotografando in time lapse i ricami del gelo sui vetri o le stalattiti di ghiaccio dal tetto, spaccando legna supplementare per la stufa catalitica che tiene al caldo lui e la sua famiglia, scaldando una pietra per  il cane per evitare di ritrovarlo surgelato in macchina se hanno voglia di una cena al ristorante (gli Stati Uniti si rivelano molto inospitali nei confronti dei quattrozampe), sperimentando la cottura inerziale: cinque minuti per salvare il pianeta.


Ricco di spunti il passo sulla ridondanza della natura, da cui dovremmo trarre ispirazione per le tecniche di sopravvivenza in condizioni estreme, contrapposta alla logica moderna ormai santificata dell’ottimizzazione, del risparmio “con l’auspicio non tanto nascosto di risparmiare, un domani sulle persone.” Invece la natura ci dà “due occhi, due polmoni, due ovaie, due emisferi cerebrali; quindici modi diversi di misurare a vista la distanza degli oggetti (...). Qualcosa può pur sempre rompersi, meglio avere dei ricambi...”


Casati ci porta nel paradiso degli sciatori di fondo, undicimila ettari di bosco in un punto non meglio precisato del New England (acquistati da un misterioso magnate della Silicon Valley, che offre rifugi riscaldati con cioccolata calda e scarponi); in maniera altrettanto misteriosa, la sua localizzazione rimane un segreto fra pochi eletti che l’autore non si dice disposto a rivelare nemmeno sotto tortura. Poi ci spiega che il disgelo (la cosiddetta mud season) non è affatto più semplice del lungo inverno.

Il libro è diviso in 171 capitoli e altrettanti sarebbero gli aneddoti e le considerazioni stimolanti da riportare, vi lascio il piacere della scoperta e vi linko un filmato veramente interessante di Casati che illustra i suoi studi sulle ombre.


Avevate letto questo libro? Siete del partito del freddo o del caldo? Io odio l'inverno ma il nemico va conosciuto, e questo libro mi ha reso più consapevole di diversi fenomeni legati a questa stagione dell'anno.

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sabato 24 febbraio 2018

L'INDICE DI MALACHIA: “IO SONO UN GATTO” DI NATSUME SŌSEKI.

“Io sono un gatto. Può darsi che fra i lettori vi sia chi dubita che un gatto abbia la capacità di riportare dettagliatamente i moti dell’animo del proprio padrone, ma per me non è affatto un’impresa. Perché riesco a leggere nel pensiero. E non chiedetemi dove abbia imparato, è una domanda inutile. So farlo e basta.”



Siamo agli albori del ventesimo secolo, era Meiji per i giapponesi, epoca in cui irrompe la modernità occidentale. Un gatto sguscia fra i fusuma della casa del proprio padrone, un aspirante poeta e scrittore misantropo che per vivere fa il professore di inglese, e con il passo felpato che contraddistingue la sua specie fluttua con sovrana ironia sopra le frustrazioni del padrone, le interminabili discussioni pseudofilosofiche con i bizzarri amici che frequentano la casa, l’insofferente presenza della moglie, stanca delle stranezze del professore e per l’esuberanza delle sue due bambine, strani ladri che nottetempo rubano patate dolci, vicini di casa ricchi, nasuti e spocchiosi, illuminanti disquisizioni sulle differenze fra la mentalità orientale e quella occidentale.


Natsume Sōseki (1867-1916) è uno dei maggiori scrittori giapponesi
e uno dei meno compresi fra i suoi contemporanei.

L’autoironia dello scrittore tocca il culmine quando scrive “Di recente un mio amico, un certo Sōseki, ha scritto un racconto breve intitolato “Una notte” (pubblicato nel 1905 come “Io sono un gatto”), un’opera così confusa che nessuno ci capisce niente, allora quando ho incontrato l’autore gli ho chiesto quali fossero i passaggi significativi. Sapete cosa mi ha risposto? Che non ne aveva la più pallida idea e non gliene importava nulla. Un atteggiamento tipico del poeta moderno.”
Pare quasi che Sōseki non riesca a trovare parole per esprimere il cambiamento e che lo coinvolge, e lo vede fra i principali protagonisti, se non per voce di un animale apparentemente neutro, lontano e indifferente come sembrano esserlo i felini sonnecchianti fra le pareti delle nostre case. A volte si ha l’impressione che l’autore, per voce del gatto, sezioni il proprio alter ego quasi con ferocia, irridendolo in tutti i modi possibili, lasciando appena un residuo di tenerezza per la condizione di frustrazione mista a snobismo del professor Kushami.
Fra sottili distinzioni culinarie fra soba e udon e discussioni che mettono in dubbio l’eleganza degli abiti occidentali, definiti scomodi e strampalati, si nota la profonda cultura di Sōseki, forse fra i primi ad impregnarsi di cultura occidentale e, forse proprio per questo, non compreso dai connazionali fino quasi ai giorni nostri.
Oltre al grande interesse per la nostra cultura, Sōseki ha in comune con un altro famoso autore giapponese, Murakami, sicuramente anche questo interesse per i felini. Lo scrittore di “1Q84” aveva infatti aperto negli anni Settanta un locale, “Peter cat”, decorato ovunque con immagini di gatti.


Una scultura monumento al gatto del romanzo, situata nel luogo dove visse lo scrittore.

Di Natsume Sōseki ho letto anche “La porta”“E poi” e il suo capolavoro “Guanciale d’erba”; sul comodino ho anche “Il signorino”. Mi è piaciuto un pochino.

Per finire, due citazioni del romanzo dedicate ai felini.
“Le zampe dei gatti... sono l’intuizione muta e immediata delle delizie della vita.”

“Gli umani, per quanto forti, non saranno in auge per sempre. Meglio attendere tranquillamente l’ora dei gatti.”


Ditemi se conoscevate questo autore e se vi ho rotto abbastanza le scatole con il Giappone, ne avreste pieno diritto. E, come sempre, fatemi sapere quale libro state leggendo o di quale vorreste parlassi, cercherò di accontentarvi!

Buona giornata!😘
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