Se ti piace la musica, l'arte e la cultura, sei contro l'uso disgiuntivo di "piuttosto che" e la potatura selvaggia, sei nel posto giusto. Troverai post fra il serio e il faceto, nella maggior parte dei casi non sono un'esperta degli argomenti che tratto ma una semplice appassionata. Sono toscana e ho due idoli, uno defunto (Mozart), l'altro vivente, ma non si sa per quanto (Morrissey).
Il baldino è un dolce che non è dolce ma nemmeno salato, appartiene alla
tradizione del Casentino, è senza glutine ed è di realizzazione molto semplice.
Immagine dal web
Da noi è un classico ma se non siete del posto una premessa è doverosa.
La valle del Casentino è ricca di
foreste, in particolare di selve, come vengono chiamati qui i boschi di
castagni.
Queste erano una vera manna per le
classi più povere, cui la terra non regalava molto: i campi di grano, in
un territorio prevalentemente montuoso, sono rari e un tempo erano proprietà
quasi esclusiva dei benestanti, quindi nel periodo autunnale intere famiglie di
estrazione popolare battevano palmo a palmo le selve per raccogliere le
castagne che, asciugate in seccatoi per mezzo del calore del fuoco, potevano
essere conservate, macinate e mangiate sotto forma di polenta oppure di
baldino, (castagnaccio). Come diceva il proverbio: “Che tu mugoli o ‘n tu
mugoli, pan di legno e vin di nugoli” Cioè, che ti vada bene o no, polenta di
castagne e acqua.
Ovviamente se si poteva veniva
aggiunta frutta secca autunnale, come l’uva passa, le noci e i pinoli.
INGREDIENTI:
300 g di farina di castagne.
Mezzo litro d’acqua.
Olio extravergine d’oliva.
Una manciata di uva passa.
Una manciata di pinoli.
Una manciata di gherigli di noci.
Rosmarino.
Un pizzico di sale.
Mettere l’uva passa a rinvenire in
una tazza d’acqua calda.
Setacciare la farina di castagne
(indispensabile per non formare grumi).
Aggiungere a poco a poco l’acqua alla
farina, aggiungere un pizzico di sale e mescolare con una frusta. Alcuni suggeriscono di far riposare una mezz’ora.
Prendere una teglia bassa e ungerla
con olio extravergine d’oliva, spargere una parte del rosmarino, delle noci e/o
pinoli.
Aggiungere al composto 7 cucchiai
d’olio, l’uvetta, un altro po’ della frutta secca e rovesciarlo nella teglia.
Spargere sopra il resto dell’uvetta
& company a decorazione, insieme al rosmarino.
Qualche giro d’olio sopra e infornare
a 220 gradi per 35/40minuti.
Facile anche per me
Quando cuoce vi sembrerà di sentire
odore di arrosto, in realtà è un ottimo dessert un po’ fuori dai canoni
consueti.
Ovviamente non essendoci lievito non
cresce e viene molto basso. Il colore è proprio quello della buccia della
castagna con una superficie screpolata.
Di questo autore finlandese avevo già letto il bellissimo “L’anno della lepre”. Questo libro affronta con nordica leggerezza il drammatico problema dei suicidi in Finlandia e in generale nei paesi del Nord Europa, civilissimi e benestanti ma lambiti solo per pochi mesi dell’anno dalla luce del sole, uno dei più potenti antidepressivi naturali. Riuscirà la "Libera Associazione Morituri Anonimi" a raggiungere l’agognata meta del suicidio di massa? Divertente, con freddezza.
AA.VV. Viaggiare in giallo
Sellerio offre spesso questi antipasti misti grazie ai quali è possibile assaggiare vari autori che si cimentano in racconti brevi con un tema comune (Natale, Capodanno, Ferragosto in giallo, per esempio). Il tema del viaggio offre ricchi spunti approfonditi stavolta da Alicia Giménez-Bartlett, Marco Malvaldi, Antonio Manzini, Francesco Recami, Alessandro Robecchi, Gaetano Savatteri. Consigliato a chi ama il giallo e desidera ampliare i propri confini approcciando nuovi autori.
Piero Chiara, La stanza del vescovo
La vera protagonista di questo romanzo è forse l’atmosfera di rinascita e di apertura a tutte le possibilità dell’immediato secondo dopoguerra. Un giovane bighellona in barca lungo le rive del lago Maggiore e cade nella tela di villa Cleofe, che custodisce, oltre alla camera che dà il titolo al libro, diversi segreti. Il giallo non è che una scusa per sviscerare la meschinità di un universo chiuso e torbido come le acque della darsena della villa.
Antonio Manzini, 7-7-2007
Una pietra miliare nella saga di Rocco Schiavone, che qui racconta finalmente il giorno più brutto della sua vita, in cui ha perso la sua Marina. Sospiro.
Antonio Manzini, Pulvis et umbra
Non presente in foto ma polverizzato 🤪 nel frattempo. Il proseguimento della saga schiavonica. A pagina 60 il fondamentale vademecum su quando usare correttamente due eleganti intercalari romaneschi, “sticazzi” e “mecojoni”. Vietato sbagliare. Prossimamente su Raidue.
Guido Morselli, Divertimento 1889
La scrittura di Morselli è un miracolo di densità e leggerezza. Tutti i suoi libri sono stati pubblicati solo dopo il suicidio nel 1972. Toh, com’era bravo! Qui ci racconta la vacanza in incognito di un monarca declassato a Conte, fra avventure galanti e declino fisico, tratteggiando un ritratto molto umano e poco aulico di Umberto I. Di suo ho letto anche il disperato ”Dissipatio H. G.” Un genio, lo amo.
Che dite, vi è piaciuto questo tipo di recensioni veloci?
Ditemi anche se volete approfondire qualche titolo!
A presto!
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Poco più vecchio di Bellini ma quasi schiacciato fra il genio catanese e la valanga melodrammatica verdiana, venne soprannominato “Dozzinetti” perché ebbe una produzione tanto nutrita da screditare e inflazionare il suo lavoro. L’ho sempre considerato un simpatico outsider, lo sfigato di turno che fuori dagli ambienti accademici riesce a farcela. In realtà la storia dell’Opera non sarebbe la stessa senza di lui, e Verdi non avrebbe avuto le solide basi di partenza che ha avuto per fondare la propria ascesa. Fu rivalutato solo nel Novecento, benché una sua opera buffa non abbia mai cessato di essere considerata un capolavoro: “L’elisir d’amore”.
Nacque a Bergamo nel 1797 da una famiglia di umili tessitori e Simone Mayr, che aveva fondato in città una scuola per giovani talenti squattrinati ed ebbe l’ottima idea di dispensargli delle “Lezioni caritatevoli di musica”, lo definì “dotato di propensione, talento e genio per la composizione, nonché di pronta fantasia e facilità nel concepire idee musicali non disadatte alla parola”.
La leggenda gli attribuisce una ancor oggi celebre canzone d’amore napoletana, che impazzava negli anni intorno al 1840 fra i vicoli della città partenopea, per lui una seconda patria: “Te voglio bene assaje”. Parla di un amore non corrisposto e diventò a tal punto un tormentone (forse il primo dell’era moderna) che in molti espressero la loro insofferenza. Insomma, fu un po’ il “Despacito” dell’epoca.
Murolo non è un cantante lirico ma rende forse per questo giustizia al celebre canto popolare.
Ma veniamo a “L’elisir d’amore”, melodramma giocoso composto in meno di due settimane (più o meno quanto ci vuole a me per far un cambio di stagione negli armadi 🙄) e, inaspettatamente, accolto in maniera trionfale il 12 maggio 1832. Questa favoletta romantica dal sapore manzoniano (siamo negli anni delle prime versioni dei Promessi sposi), ambientata però nei paesi baschi, ricorda un po’ la belliniana Sonnambula, dell’anno prima. Fra i due musicisti c’era una forte rivalità e questo spinse Donizetti a premere sempre più sull’acceleratore della produzione, fino a comporre oltre settanta opere nella propria carriera.
L’opera narra la storia d’amore fra Nemorino (tenore) “coltivatore, giovine semplice” e Adina (soprano), “ricca e capricciosa fittaiuola”, corteggiata da Belcore (basso) “sergente di guarnigione del villaggio”.
L’opera intera in una versione del 2012 con Villazòns
All’inizio Nemorino ha dei seri problemi di autostima, aggravati dalla disparità sociale fra lui e la ragazza, come si può evincere dall’aria “Quanto è bella, quanto è cara”.
L’eterno Pavarotti. Nutella per le mie orecchie.
“Io son sempre un idiota, io non so che sospirar...”
Ma proprio in quel momento arriva nel villaggio il ciarlatano di turno, il dottor Dulcamara (basso) “medico ambulante” che espone in maniera istrionica le strabilianti doti del magico elisir che dà il titolo all’opera, presentato come la panacea di tutti i mali. Quest’aria, dalla comicità di stampo rossiniano, è un pezzo di bravura che costringe i bassi impegnati nel ruolo a sessioni massacranti di scioglilingua per entrare nel ruolo. “Ei move i paralitici, spedisce gli apopletici, gli asmatici, gli asfittici, gl’isterici, i diabetici... Comprate il mio specifico, per poco io ve lo do.”
“Udite, udite o rustici”
L’improvvisa indifferenza di Nemorino, che aspetta fiducioso i prodigiosi effetti dell’elisir, indispettisce a tal punto Adina, che decide di sposare subito Belcore. Dopo la consueta girandola di equivoci, eredità e arruolamenti, Nemorino crede di vedere negli occhi della ormai conquistata Adina una lacrima, che esprime tutta la gelosia della ragazza per il ricco e corteggiato giovanotto e, quindi, il suo amore.
“Una furtiva lagrima”, forse fra i pezzi d’opera più conosciuti e amati in assoluto, ci porta in un’aura di autentico romanticismo, tenero ma non stucchevole, che ben si adatta al carattere semplice ma non per questo rozzo di Nemorino. Arpa e fagotto condiscono il tutto. E finisce, come in ogni opera buffa, a tarallucci e vino!
Roberto Alagna 1997.
Sarei curiosa di sapere cosa direbbe un neuropsichiatra di questa affermazione di Donizetti: “Quando ho nella testa della musica buffa sento un picchio molesto alla parte sinistra della fronte; quando è musica seria sento la stessa molestia dalla parte destra”.
Proprio per un mal di testa il compositore si congedò da famiglia e ospiti in una sera d’estate del 1835 per ritirarsi in camera e comporre “Tu che a Dio spiegasti l’ali”, la celebre cabaletta finale della “Lucia di Lammermoor”, composta in 38 giorni e cantata il 26 settembre dello stesso anno a Napoli proprio da alcuni dei cantanti ospiti di quella sera a casa Donizetti.
Siamo negli anni della cotta romantica per la Scozia dei romanzi storici alla “Ivanohe”, infatti questo soggetto venne tratto da “The Bride of Lammermoor”di Walter Scott.
Opera intera, Devia alla Scala ‘92
La trama non si discosta molto da quella di Giulietta e Romeo: i due giovani Lucia e Edgardo (rispettivamente soprano e tenore, e come ti sbagli?) si amano nonostante appartengano a due famiglie rivali e si promettono eterno amore al momento di separarsi; lui infatti ha capito che, se non vuole essere eliminato dall’amorevole fratello di lei, Enrico (un baritono, come tutti i cattivi da Opera), deve fuggire in Francia, dai cui confini arriveranno i suoi sospiri ardenti all’indirizzo della fidanzata, e viceversa.
“Verranno a te sull’aure”: Callas e Di Stefano, due mostri sacri.
Però il fratello falsifica una lettera, fa credere a Lucia che Edgardo l’abbia tradita e la costringe a forza di inganni e ricatti a sposare il ricco Lord Arturo. A contratto matrimoniale firmato, arriva Edgardo che, spada alla mano, tiene a bada i rivali e nel frattempo riesce a farsi restituire l’anello e a maledire Lucia con tutta la sua stirpe (complimenti!).
E qui si potrebbe aprire una breve parentesi su come, nel mondo dell’Opera, manchi completamente il concetto di FIDUCIA e di INNOCENZA FINO A PROVA CONTRARIA. Comunque...
Mentre Edgardo ed Enrico, il cognato, si sfidano a duello, Lucia esce dalla camera nuziale con un pugnale in mano, pallida, scarmigliata e con la veste bianca macchiata di sangue: ha ucciso il neosposo Arturo.
In preda ad uno stato allucinatorio, Lucia canta la celebre “Aria della pazzia” aggirandosi fra gli ospiti ancora presenti nel salone, convinta di essere di fronte all’altare con Edgardo. La pazzia, che il Romanticismo in questi anni amava trattare insieme ad altre misteriose manifestazioni della psiche umana (per esempio il sonnambulismo), viene rappresentata attraverso i vocalizzi follemente virtuosistici della protagonista, che descrive il proprio delirio con un canto purissimo, fatto di scale sfrenate e surreali (dove trova posto anche un’eco malinconica di “Verranno a te sull’aure”), finché non si accascia al suolo.
“Ardon gli incensi” Natalie Dessay. Un vero cavallo di battaglia.
Saputo della morte della donna amata, Edgardo da bravo eroe romantico si uccide, non senza averle dedicato uno dei pezzi d’opera più noti, in onore dell’anima innocente dell’amata. Da lì a poco anche questa melodia avrebbe spopolato grazie agli organetti di Barberia (aridanghete con i tormentoni!).
“Tu che a Dio spiegasti l’ali” José Carreras
Donizetti negli anni successivi continuò a scrivere alacremente, benché si facessero già sentire i sintomi di un male, forse legato al morbo della sifilide, che lo portò alla morte. “La figlia del reggimento” e il “Don Pasquale” furono rappresentate a Parigi, città che lasciò per morire nella sua Bergamo l’8 aprile 1848.
Così si chiude questa puntata dell’”Opera per imbranati”, ditemi come al solito se conoscevate qualcuno di questi pezzi o avete qualcosa da aggiungere e cosa pensate del caro vecchio Gaetano!
Chi scrive questa serie di post non è né una musicista né una musicologa. Se si è una di queste due cose, la lettura può nuocere gravemente alla salute. Segnalate eventuali sfondoni.
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Forse come molti di voi, nutro per i best sellers quell’istintiva antipatia che si ha per le cose troppo facili, scontate. Piace a tutti ma non a me. Spesso però mi sono persa qualcosa con questo atteggiamento, e negli ultimi anni ho abbandonato ogni remora. Leggo (non sempre compro, prendo in prestito da biblioteche o bibliofili) e se non mi piace, lo mollo.
“Memorie di una geisha” ha un’altra caratteristica che in teoria mi avrebbe scoraggiata: il far leva sulla curiosità quasi morbosa di noi occidentali nei confronti di questa figura della società giapponese così affascinante e sensuale. Il libro mi è stato però consigliato da Francesca, una fedele seguace del blog, e dalla mia pusher ufficiale (mia madre), con la quale scambio volumi e passioni virali per scrittori e generi.
Cos’è una geisha? Una semplice prostituta? O qualcosa di simile ad un’etera greca? Non vi anticipo le risposte, più o meno definitive, a queste domande ma in queste poche righe tratte dal libro c’è, secondo me, tutta la pochezza del senso di superiorità dell’uomo occidentale nei confronti di un mondo che forse non capisce completamente.
La famosa geisha Mineko Iwasaki.
“Da quando mi sono trasferita a New York ho capito che cosa significhi realmente il temine “geisha” per la maggior parte degli occidentali. Mi è capitato più di una volta di essere presentata, durante qualche ricevimento elegante, a questa o quella giovane donna splendidamente vestita e ingioiellata. Non appena costei viene a sapere che un tempo ha fatto la geisha a Kyoto, atteggia la bocca a una specie di sorriso (...) Naturalmente a questo punto non vale più neanche la pena di sforzarsi di parlare, perché la donna sta pensando: “Mio Dio... mi trovo con una prostituta...” Un attimo dopo viene salvata dal suo cavaliere, un uomo ricco che ha trenta o quarant’anni più di lei. Be’, spesso mi chiedo perché non si renda conto di quante siano le cose che abbiamo in comune. È una mantenuta, proprio come lo ero io, ai miei tempi.”
Un'immagine del film tratto dal libro.
Arthur Golden delinea con straordinaria delicatezza la storia di Chiyo/Sayuri, nome d’arte che assumerà una volta diventata una professionista nel compiacere e intrattenere gli uomini, ma potrebbe essere la storia, purtroppo ancor oggi troppo comune, di una qualsiasi bambina nata in una famiglia povera, venduta e sfruttata per la sua bellezza.
Un'immagine del film tratto dal libro.
Collateralmente si deve rilevare la disputa fra l’autore (che all’inizio del libro presenta, con un artificio manzoniano, un alter ego olandese che pubblica le memorie di una ormai defunta Sayuri) e Mineko Iwasaki, una delle più famose geishe di Kyoto, irritata a tal punto dal fatto che fosse stato rivelato il suo nome nei ringraziamenti alla fine del libro, da contestare fortemente il contenuto del romanzo e scriverne la sua versione (dal pruriginoso titolo italiano “Storia proibita di una geisha”), che probabilmente leggerò, anche se pare introvabile.
Mineko Iwasaki
L’interesse del libro non è soltanto nella trama, innegabilmente avvincente, e nella bella scrittura di Golden ma anche nella precisione con cui si tratteggia la vita quotidiana di una geisha nel periodo a cavallo della seconda guerra mondiale.
Sayuri ci prende per mano e ci conduce, dal miserabile villaggio di pescatori dov’è nata, fino a Gion, il quartiere delle geisha di Kyoto; le sue gioie, i suoi dolori, le sue nemiche (chi non ha avuto una Hatsumomo nella propria vita?) e i suoi alleati diventano i nostri.
La storia di Sayuri è una metafora forse un po’ melodrammatica ma efficace delle traversie che ognuno di noi deve subire per raggiungere, forse, (speriamo!) la pace agognata, “come un corso d’acqua che precipita su speroni di roccia prima di poter raggiungere l’oceano.”
Un'immagine del film tratto dal libro.
E voi? Avete letto il libro o visto il film del 2006? Fatemi sapere! (Scusate la fissa per il Giappone, mi passerà…) Le immagini del film "Memorie di una geisha" e quelle di Mineko Iwasaki sono prese dal web, pertanto potrebbero essere oggetto di copyright.
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“Certo, andiamo a sciare o a far
passeggiate sulla neve, e ci ritroviamo la sera nelle taverne di legno degli
alberghi alpini a godere del tepore del camino. Ma si tratta di aneddoti, di
freddo turistico. Dov’è un freddo che occupa tutta la nostra esistenza?”
Il libro di Roberto Casati non è il
tipo di libro che mi attira, che avrei comprato. L’ha comprato e letto mio
marito in pochi giorni durante le vacanze di Natale e questa voracità, insieme
alle esclamazioni entusiastiche che ne scandivano la lettura, mi ha indotto a
prenderlo in mano e sfogliarlo. Non sono riuscita a staccarmene.
Non amo i saggi o i libri tecnici ma
questo è molto di più: racconta l’esperienza di un uomo di scienza (filosofo
delle scienze cognitive, dirigente di ricerca del CNRS presso l’Institut Nicod
a Parigi), che ha insegnato in diverse Università internazionali, e il suo
rapporto con il freddo durante una di queste trasferte.
Roberto Casati.
In una casa di legno dal tetto
azzurro del New Hamshire persa nel nulla, quando arriva l’inverno il freddo non
è solo un fastidioso compagno di viaggio ma può diventare un micidiale nemico.
Non per nulla la polizia locale raccomanda di tenere in macchina delle candele,
utili a mantenere sufficientemente caldo l’abitacolo di una macchina rimasta
disgraziatamente in panne nel gelo. Tuttavia Casati non parla del freddo come
di un avversario ma come di una stimolante sfida, che lui raccoglie ogni
mattina fotografando in time lapse i ricami
del gelo sui vetri o le stalattiti di ghiaccio dal tetto, spaccando legna
supplementare per la stufa catalitica che tiene al caldo lui e la sua famiglia,
scaldando una pietra peril cane per
evitare di ritrovarlo surgelato in macchina se hanno voglia di una cena al
ristorante (gli Stati Uniti si rivelano molto inospitali nei confronti dei
quattrozampe), sperimentando la cottura inerziale: cinque minuti per salvare il
pianeta.
Ricco di spunti il passo sulla
ridondanza della natura, da cui dovremmo trarre ispirazione per le tecniche di
sopravvivenza in condizioni estreme, contrapposta alla logica moderna ormai
santificata dell’ottimizzazione, del risparmio “con
l’auspicio non tanto nascosto di risparmiare, un domani sulle persone.”
Invece la natura ci dà “due occhi, due polmoni, due
ovaie, due emisferi cerebrali; quindici modi diversi di misurare a vista la
distanza degli oggetti (...). Qualcosa può pur sempre rompersi, meglio avere
dei ricambi...”
Casati ci porta nel paradiso degli
sciatori di fondo, undicimila ettari di bosco in un punto non meglio precisato
del New England (acquistati da un misterioso magnate della Silicon Valley, che
offre rifugi riscaldati con cioccolata calda e scarponi); in maniera
altrettanto misteriosa, la sua localizzazione rimane un segreto fra pochi
eletti che l’autore non si dice disposto a rivelare nemmeno sotto tortura. Poi ci spiega che il disgelo (la cosiddetta mud season) non è affatto più semplice del lungo inverno.
Il libro è diviso in 171 capitoli e
altrettanti sarebbero gli aneddoti e le considerazioni stimolanti da riportare,
vi lascio il piacere della scoperta e vi linko un filmato veramente
interessante di Casati che illustra i suoi studi sulle ombre.
Avevate letto questo libro? Siete del partito del freddo o del caldo? Io odio l'inverno ma il nemico va conosciuto, e questo libro mi ha reso più consapevole di diversi fenomeni legati a questa stagione dell'anno. Lasciando un commento mi aiuterete a migliorare la qualità dei post! 😊
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