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martedì 17 luglio 2018

L'OPERA PER IMBRANATI: GAETANO DONIZETTI

Dopo Mozart parte I Mozart parte II, Rossini e Bellini, andiamo avanti con la mia strampalata esperienza d’ascolto: oggi è la volta di Gaetano Donizetti.


Poco più vecchio di Bellini ma quasi schiacciato fra il genio catanese e la valanga melodrammatica verdiana, venne soprannominato “Dozzinetti” perché ebbe una produzione tanto nutrita da screditare e inflazionare il suo lavoro. L’ho sempre considerato un simpatico outsider, lo sfigato di turno che fuori dagli ambienti accademici riesce a farcela. In realtà la storia dell’Opera non sarebbe la stessa senza di lui, e Verdi non avrebbe avuto le solide basi di partenza che ha avuto per fondare la propria ascesa. Fu rivalutato solo nel Novecento, benché una sua opera buffa non abbia mai cessato di essere considerata un capolavoro: “L’elisir d’amore”.

Nacque a Bergamo nel 1797 da una famiglia di umili tessitori e Simone Mayr, che aveva fondato in città una scuola per giovani talenti squattrinati ed ebbe l’ottima idea di dispensargli delle “Lezioni caritatevoli di musica”, lo definì “dotato di propensione, talento e genio per la composizione, nonché di pronta fantasia e facilità nel concepire idee musicali non disadatte alla parola”.


La leggenda gli attribuisce una ancor oggi celebre canzone d’amore napoletana, che impazzava negli anni intorno al 1840 fra i vicoli della città partenopea, per lui una seconda patria: “Te voglio bene assaje”. Parla di un amore non corrisposto e diventò a tal punto un tormentone (forse il primo dell’era moderna) che in molti espressero la loro insofferenza. Insomma, fu un po’ il “Despacito” dell’epoca.

Murolo non è un cantante lirico ma rende
 forse per questo giustizia al celebre canto popolare.

Ma veniamo a “L’elisir d’amore”, melodramma giocoso composto in meno di due settimane (più o meno quanto ci vuole a me per far un cambio di stagione negli armadi 🙄) e, inaspettatamente, accolto in maniera trionfale il 12 maggio 1832. Questa favoletta romantica dal sapore manzoniano (siamo negli anni delle prime versioni dei Promessi sposi), ambientata però nei paesi baschi, ricorda un po’ la belliniana Sonnambula, dell’anno prima. Fra i due musicisti c’era una forte rivalità e questo spinse Donizetti a premere sempre più sull’acceleratore della produzione, fino a comporre oltre settanta opere nella propria carriera.
L’opera narra la storia d’amore fra Nemorino (tenore) “coltivatore, giovine semplice” e Adina (soprano), “ricca e capricciosa fittaiuola”, corteggiata da Belcore (basso) “sergente di guarnigione del villaggio”. 

L’opera intera in una versione del 2012 con Villazòns

All’inizio Nemorino ha dei seri problemi di autostima, aggravati dalla disparità sociale fra lui e la ragazza, come si può evincere dall’aria “Quanto è bella, quanto è cara”.

L’eterno Pavarotti. Nutella per le mie orecchie.
“Io son sempre un idiota, io non so che sospirar...”

Ma proprio in quel momento arriva nel villaggio il ciarlatano di turno, il dottor Dulcamara (basso) “medico ambulante” che espone in maniera istrionica le strabilianti doti del magico elisir che dà il titolo all’opera, presentato come la panacea di tutti i mali. Quest’aria, dalla comicità di stampo rossiniano, è un pezzo di bravura che costringe i bassi impegnati nel ruolo a sessioni massacranti di scioglilingua per entrare nel ruolo. “Ei move i paralitici, spedisce gli apopletici, gli asmatici, gli asfittici, gl’isterici, i diabetici... Comprate il mio specifico, per poco io ve lo do.”


“Udite, udite o rustici”

L’improvvisa indifferenza di Nemorino, che aspetta fiducioso i prodigiosi effetti dell’elisir, indispettisce a tal punto Adina, che decide di sposare subito Belcore. Dopo la consueta girandola di equivoci, eredità e arruolamenti, Nemorino crede di vedere negli occhi della ormai conquistata Adina una lacrima, che esprime tutta la gelosia della ragazza per il ricco e corteggiato giovanotto e, quindi, il suo amore.
“Una furtiva lagrima”, forse fra i pezzi d’opera più conosciuti e amati in assoluto, ci porta in un’aura di autentico romanticismo, tenero ma non stucchevole, che ben si adatta al carattere semplice ma non per questo rozzo di Nemorino. Arpa e fagotto condiscono il tutto. E finisce, come in ogni opera buffa, a tarallucci e vino!

Roberto Alagna 1997.

Sarei curiosa di sapere cosa direbbe un neuropsichiatra di questa affermazione di Donizetti: “Quando ho nella testa della musica buffa sento un picchio molesto alla parte sinistra della fronte; quando è musica seria sento la stessa molestia dalla parte destra”. 
Proprio per un mal di testa il compositore si congedò da famiglia e ospiti in una sera d’estate del 1835 per ritirarsi in camera e comporre “Tu che a Dio spiegasti l’ali”, la celebre cabaletta finale della “Lucia di Lammermoor”, composta in 38 giorni  e cantata il 26 settembre dello stesso anno a Napoli proprio da alcuni dei cantanti ospiti di quella sera a casa Donizetti.
Siamo negli anni della cotta romantica per la Scozia dei romanzi storici alla “Ivanohe”, infatti questo soggetto venne tratto da “The Bride of Lammermoor”di Walter Scott.

Opera intera, Devia alla Scala ‘92

La trama non si discosta molto da quella di Giulietta e Romeo: i due giovani Lucia e Edgardo (rispettivamente soprano e tenore, e come ti sbagli?) si amano nonostante appartengano a due famiglie rivali e si promettono eterno amore al momento di separarsi; lui infatti ha capito che, se non vuole essere eliminato dall’amorevole fratello di lei, Enrico (un baritono, come tutti i cattivi da Opera), deve fuggire in Francia, dai cui confini arriveranno i suoi sospiri ardenti all’indirizzo della fidanzata, e viceversa.


“Verranno a te sull’aure”: Callas e Di Stefano, 
due mostri sacri.

Però il fratello falsifica una lettera, fa credere a Lucia che Edgardo l’abbia tradita e la costringe a forza di inganni e ricatti a sposare il ricco Lord Arturo. A contratto matrimoniale firmato, arriva Edgardo che, spada alla mano, tiene a bada i rivali e nel frattempo riesce a farsi restituire l’anello e a maledire Lucia con tutta la sua stirpe (complimenti!).
E qui si potrebbe aprire una breve parentesi su come, nel mondo dell’Opera, manchi completamente il concetto di FIDUCIA e di INNOCENZA FINO A PROVA CONTRARIA. Comunque...
Mentre Edgardo ed Enrico, il cognato, si sfidano a duello, Lucia esce dalla camera nuziale con un pugnale in mano, pallida, scarmigliata e con la veste bianca macchiata di sangue: ha ucciso il neosposo Arturo.
In preda ad uno stato allucinatorio, Lucia canta la celebre “Aria della pazzia” aggirandosi fra gli ospiti ancora presenti nel salone, convinta di essere di fronte all’altare con Edgardo. La pazzia, che il Romanticismo in questi anni amava trattare insieme ad altre misteriose manifestazioni della psiche umana (per esempio il sonnambulismo), viene rappresentata attraverso i vocalizzi follemente virtuosistici della protagonista, che descrive il proprio delirio con un canto purissimo, fatto di scale sfrenate e surreali (dove trova posto anche un’eco malinconica di “Verranno a te sull’aure”), finché non si accascia al suolo.


“Ardon gli incensi” Natalie Dessay. Un vero cavallo di battaglia. 

Saputo della morte della donna amata, Edgardo da bravo eroe romantico si uccide, non senza averle dedicato uno dei pezzi d’opera più noti, in onore dell’anima innocente dell’amata. Da lì a poco anche questa melodia avrebbe spopolato grazie agli organetti di Barberia (aridanghete con i tormentoni!).

“Tu che a Dio spiegasti l’ali” José Carreras

Donizetti negli anni successivi continuò a scrivere alacremente, benché si facessero già sentire i sintomi di un male, forse legato al morbo della sifilide, che lo portò alla morte. “La figlia del reggimento” e il “Don Pasquale” furono rappresentate a Parigi, città che lasciò per morire nella sua Bergamo l’8 aprile 1848.

Così si chiude questa puntata dell’”Opera per imbranati”, ditemi come al solito se conoscevate qualcuno di questi pezzi o avete qualcosa da aggiungere e cosa pensate del caro vecchio Gaetano! 



Chi scrive questa serie di post non è né una musicista né una musicologa. Se si è una di queste due cose, la lettura può nuocere gravemente alla salute. Segnalate eventuali sfondoni.

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martedì 11 luglio 2017

L'OPERA PER IMBRANATI: VINCENZO BELLINI.


 Bentornati a un'altra puntata della nostra carrellata molto poco seria sull'Opera.
Se non siete nati in questo secolo, forse ricorderete le ultime cinquemila lire della storia italiana, quelle verdi, con cui potevi comprare un paio di gelati di ragguardevoli dimensioni (quindi paragonabili come valore agli attuali cinque euro). Il personaggio che campeggiava sul lato principale era proprio lui, l'eternamente giovane Vincenzo Bellini, con il suo aspetto delicato e nordico, che testimonia inequivocabilmente il passaggio dei normanni nella città dell'Etna, Catania. Di lui possediamo solo ritratti pittorici perché, benché fosse più giovane di Rossini, non visse abbastanza da essere immortalato dalla novella arte fotografica.


Dalla casa in cui vide la luce nel 1801 si gode ancor oggi la vista del teatro greco, e qualcuno sostiene che avrebbe avuto in mente lo spettacolo delle rovine illuminate dalla luna, mentre componeva l'inno forse più bello dedicato al nostro satellite: "Casta diva", cavallo di battaglia di un'altra inimitabile diva, più umana che casta, Maria Callas.


Nato da una famiglia di musicisti, mostrò un precocissimo talento compositivo che lo portò alla Scala di Milano e all'Opera di Parigi. Purtroppo la morte lo colse in Francia nel 1835 a soli trentaquattro anni.
L'aggettivo che più spesso viene attribuito al lavoro di questo straordinario musicista è "cristallino":  ai riccioli e ai virtuosismi vocali ai quali aveva abituato la propria epoca Rossini, Bellini oppone uno stile personale, contraddistinto da una linea vocale chiara, limpida, cristallina, appunto. Questo lo porta a scrivere pezzi dalla semplicità quasi infantile ma nello stesso tempo, come spesso sono i bambini, geniale. La sua lezione venne accolta in particolare da Verdi, che lo richiama in molte linee melodiche.


Il Mogol di Bellini/Battisti fu il librettista Felice Romani: il loro sodalizio artistico si interruppe poi in modo brusco ma con i testi scritti da lui Bellini raggiunse indubbiamente le vette della propria produzione. Anche Bellini era prolifico e veloce come Rossini: due dei suoi capolavori videro la luce nello stesso anno, il 1831. Il perché di tanta produttività si spiega anche col fatto che le arie composte per un "Hernani", che non avrebbe mai visto la luce (se non qualche anno dopo ma ad opera di Verdi), furono riciclate da Bellini per i suoi due fiori all'occhiello: come quando inviti a cena degli amici e poi non vengono più. Che fai, butti tutto? No, surgeli...




Il primo di questi fiori, "La Sonnambula", è un'opera semiseria ambientata in un villaggio della Svizzera, che in questo periodo andava fortissimo (vedi il Guglielmo Tell di Rossini, di due anni prima), dove arriva un conte in incognito (Rodolfo, basso) che subito esprime il suo apprezzamento per le grazie della protagonista Amina (soprano), promessa sposa di Elvino (tenore), che diventa subito geloso.

L'opera completa.

Ma godiamoci l'idillio prima della tempesta, con la promessa d'amore.

"Prendi, l'anello ti dono" nell'interpretazione
della coppia d'oro Sutherland-Pavarotti

Il Conte in realtà era originario di quei luoghi ed esprime con la pacatezza della maturità la gioia nel rivederli. Chi abbia presente "Di Provenza il mare, il suol" dalla Traviata può capire quanto debba Verdi al catanese.

"Vi ravviso o luoghi ameni." László Polgár.

Per uno strano scherzo del destino (ma qui il caro vecchio Freud avrebbe da dire la sua...) la giovane fidanzata, che da tempo gira di notte per il villaggio in stato di sonnambulismo, tanto da alimentare la leggenda di un fantasma, entra nella stanza del conte e si stende sul suo letto. Per un'ulteriore strana coincidenza, i compaesani proprio in quel momento vanno a rendere omaggio al Conte, e Amina viene sorpresa in quella situazione compromettente, tanto che Elvino rompe il fidanzamento e, per non saper cosa fare, si mette anche con la proprietaria della locanda (Lisa, soprano), da tempo innamorata di lui.
Ma prima canta tutta l'amarezza per quello che lui crede un tradimento, e l'impossibilità di amare di nuovo, in un'aria che chiamare struggente è poco.

"Tutto è sciolto", Javier Camarena.

Alla fine si salvano capra e cavoli quando Amina si mostra a tutto il villaggio in camicia da notte nientepopodimeno che sul tetto del mulino dove abita, avvalorando la tesi del sonnambulismo sostenuta dal Conte. Baci, abbracci, scambio di gagliardetti e tutti felici e contenti.

Questa esile trama viene esaltata dal tono sognante e fiabesco dato da Bellini alle arie, che culminano con l'aria in stato di sonnambulismo e con la celebre cabaletta finale "Ah, non giunge uman pensiero", che esprime tutta la gioia della povera Amina per il ritrovato amore di Elvino con ricami finissimi e acrobazie vocali lievi e frizzanti come l'aria delle montagne svizzere.

"Ah, non credea mirarti"
Eva Mei, soprano aretina.

"Ah, non giunge uman pensiero"
Godibilissima versione comica e danzata con Natalie Dessay.

Il sonnambulismo era un tema molto di moda all'epoca, perché associata alla pazzia, che pochi anni dopo Donizetti celebrerà degnamente. Ma non corriamo...

"Arrivo dalla Scala; prima rappresentazione della Norma. Lo crederesti....... Fiasco!!! Fiasco!!! Solenne fiasco!!! Io non ho più riconosciuto quei cari Milanesi, che accolsero con entusiasmo, con la gioia sul viso, e l'esultazione nel cuore, il Pirata, la Straniera, e la Sonnambula; e pure io credevo di presentare loro una degna sorella nella Norma!".
Questo scriveva Bellini ad un amico alla fine di quel prolifico anno, il 1831.
Come abbiamo già visto con “Il barbiere di Siviglia”, molti capolavori dell'Opera furono accolti freddamente. Probabilmente la protagonista dell'epoca ebbe qualche difficoltà ad entrare in un personaggio quasi costantemente in scena, che ha una sola aria, per di più accompagnata dal coro.
Ma, come si suol dire, un Maradona non può rimanere in panchina e la Norma venne, già dalla seconda replica, apprezzata per quello che era.
Anche in quest'opera Bellini, con l'aiuto di Romani, esprime tutto il suo amore per le donne (era un dongiovanni impenitente e le nobildonne della Scala smaniavano per i suoi occhi azzurri), ponendone una come protagonista assoluta, tratteggiando una seconda figura femminile di rara delicatezza e facendo fare al maschio comprimario una figura non proprio splendida.
Questa è una delle mie opere preferite, in cui amore, morte, gelosia, amicizia e solidarietà femminile si intrecciano in un insieme armoniosissimo.
Il libretto è ispirato ad una pièce teatrale che ricordava molto la tragedia greca "Medea" che, abbandonata da Giasone, finì per uccidere per vendetta i figli avuti da lui. Diciamo che la Norma è un po' una Medea versione spaghetti… 🍝

L'opera completa.

La storia si ambienta in Gallia più o meno al tempo di Asterix. 😂
Norma (soprano) sacerdotessa d'Irminsul, ha da tempo rotto il proprio voto di castità per amore del proconsole romano Pollione (tenore), al quale in segreto ha dato due figli. Sempre per amore, cerca di tenere a bada i bollenti spiriti dei Galli, che vorrebbero ribellarsi, profetizzando la fine di Roma "per i vizi suoi" (non aveva fretta, la ragazza!).
Purtroppo il "crudel romano" alle sacerdotesse ci ha ormai preso il vizio, infatti sta pesantemente insidiando anche la novizia Adalgisa (soprano o mezzosoprano).
Ma ascoltiamo il brano che è universalmente riconosciuto come il capolavoro belliniano e, per molti, anche l'aria d'opera più bella mai scritta.
Norma, nella foresta sacra dei Druidi insieme al coro dei Galli, leva un inno alla luna, la casta dea del titolo, per calmare i venti di guerra e placare gli animi ma, in cuor suo, chiede ancor più che si calmi l'ardore dei sentimenti che la devastano, presagendo l'imminente tempesta che la travolgerà.
Molte altre l'hanno cantata degnamente ma l'esecuzione da cui partire per ascoltarne altre è quella di Maria Callas.
"Casta diva, che inargenti queste sacre antiche piante, a noi volgi il bel sembiante senza nube e senza vel."

Divina, malgrado il coro che entra ad casum.

Dicevamo che Pollione, per tenere alto l'onore del maschio italico, si stava portando avanti con la giovane Adalgisa la quale, in preda agli scrupoli di coscienza, confida a Norma i palpiti d'amore che la stanno distraendo dalla sua vocazione. Qui si dispiega una delle scene più belle dell'opera, in cui le due voci femminili, unite dallo stesso sentimento, creano un tessuto musicale finissimo. "Io stessa arsi così!" dice fra sé e sé Norma, alla descrizione delle sensazioni scatenate dall'ancora anonimo amante (che poi è lo stesso!).


 "O rimembranza!"
Montserrat Caballé con la Cossotto, notare il make-up...

Con tempismo perfetto arriva Pollione che, al grido di "Scellerata, che facesti?" scopre gli altarini (per l'appunto!) e scatena l'ira di Norma, che minaccia di uccidere i figli. Invano Adalgisa cerca di convincere Pollione a tornare con Norma ma, suonando il gong sacro, la sacerdotessa furente chiama a rapporto i Galli, annunciando che gli dei sono finalmente favorevoli alla rivolta, da propiziare con un sacrificio umano: il romano colto nell'atto di rapire Adalgisa e una sacerdotessa spergiura che merita la morte. Ma al momento di fare quel nome, Norma con un nobile gesto accusa se stessa.
Quando salgono entrambi sul rogo, i due ex amanti ritrovano l'unità e a Pollione vengono messe in bocca queste improbabili ma stupende parole: "Ah, troppo tardi t'ho conosciuta, sublime donna, io t'ho perduta!"

"Qual cor tradisti". Da 3:15.

Richard Wagner di quest'opera disse, con lapidaria concisione: “Di tutte le creazioni belliniane, Norma è quella che, accanto alla più ricca pienezza delle melodie, unisce l’ardore più intimo con la dignità più profonda.”  




L'Opera, essendo un prodotto tipico italiano, stimola spesso il palato, oltre che l'orecchio: la pasta alla Norma, cioè con le melanzane, deve la sua genesi ad un modo di dire diffusosi all'epoca del grande successo di quest'opera; "È una Norma" significava il non plus ultra, quindi questo tipo di piatto dagli ingredienti tipicamente siciliani venne battezzato così.


Il cocktail Bellini, invece, fu inventato a Venezia da Cipriani dell'Harry's bar in occasione di una mostra sul pittore Giovanni Bellini e quindi non c'entra nulla col nostro compositore.

Come sempre, ditemi se conoscevate queste opere o se avete qualcosa da aggiungere o qualche curiosità a riguardo. 


Leggi "Mozart. parte I" 
"Mozart parte II" 
"Rossini"
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martedì 16 agosto 2022

LIBRI 2022, I PARTE


Ciao! Vediamo un po' cosa ho letto nella prima parte del 2022 (così evito di rileggerli per dimenticanza fra qualche anno!).

Non fosse mai successo... Carambole di H. Nesser



Carlo Mazza Galanti, Ma cosa pensavi di fare? Romanzo a bivi per umanisti sul lastrico 🏛💸

Il titolo sembra tagliato sulla mia esperienza di vita e l’ho preso sulla spinta dell’entusiasmo. È scritto con estrema intelligenza e ironia, con l’aggiunta di una cultura e un substrato di esperienze reali devastanti (il capitolo su Orizzonte Scuola è da incorniciare). Manca sicuramente la leggerezza, quella cosa che probabilmente è mancata a chi è stato giovane negli ultimi vent’anni. Devo dire poi che le storie a bivi non mi sono mai piaciute (a partire da quelle di Topolino), perché spezzano troppo il flusso narrativo e brechtianamente ti estraniano. Io non voglio essere estraniata, voglio essere coinvolta quando leggo. Veramente ben scritto ma, per quanto mi riguarda, deprimente.



Kate Northrup, Soldi: una storia d’amore 💰💕

Avete mai visto “I love shopping”? Questo libro sembra scritto dalla protagonista, giornalista economica che consigliava tecniche di risparmio e investimento, perennemente in rosso in banca per una dipendenza patologica dallo shopping. Kate Northrup, rampolla di una benestante famiglia americana, racconta il proprio difficile e, diciamolo, privilegiato rapporto con il denaro, declinandolo al femminile e buttandola sul sentimentale. Il che non è in sé sbagliato e offre spunti interessanti ma lo fa rimasticando il sempre valido Kiyosaki (vedi recensione Padre ricco, padre povero) e il mai dimenticato Trump (che, ci ricorda, ha fatto bancarotta nove volte e nove volte è ridiventato miliardario…). In sostanza, come diventare ricchi essendolo già.

Contraddittorio ma con sufficienti spunti di riflessione.

Carlotta Perego, Cucina botanica, vegetale, facile, veloce 🌱👨‍🍳

Mi piacciono molto i libri di cucina con quelle belle foto che fanno sembrare anche un pappone orrendo un’opera d’arte. Come amo ripetere, non sono una di quelle persone che trovano rilassante cucinare, soprattutto quando in una mezz’ora scarsa devi preparare qualcosa che non solo nutra e sia sano, ma sia anche gustoso e, che diamine, bello da vedere. Paradossalmente imparare nuovi piatti o mezzi per risparmiare tempo (come preparare in anticipo o organizzare meglio le attrezzature) permette a noi “disadatti in cucina” di starci meno a pensare e starci meno (in cucina). Non sono vegana come l’autrice del libro, youtuber e influencer, (signora mia, dove andremo a finire?) ma, come molti sanno, il consumo di carne è una delle fonti maggiori di inquinamento, oltre a non essere sanissimo. Quindi cerco modi divertenti per esplorare il meraviglioso mondo dei legumi e delle varie fonti di proteine non animali.

Godibilmente vegano.

Ti piace cucinare? Beato/a te!😉

Sara Olivieri, Inizio lunedì 🍝📆

Seguo Sara @iniziolunedi perché è una dottoressa molto intelligente e ironica che combatte quotidianamente contro i preconcetti legali alla “dieta” che oggi abbiamo tutti nel cervello, la cosiddetta “diet culture”. La salute non è solo fisica ma anche mentale, quindi non è detto che una persona che ci sembra in sovrappeso sia in condizioni di salute peggiori di una che ci appare magra e in forma (il caso di Lady Diana può essere esemplificativo); stare “a dieta” per un periodo per perdere peso spesso è controproducente (e questo lo avevamo capito in molti), la dieta in realtà è quella che seguiamo tutti i giorni; lo “sgarro” non deve essere vissuto come un atto delinquenziale ma è una normale variazione della nostra dieta, che deve appunto essere varia ed equilibrata, nelle quantità e nella qualità. Detto così sembra facile ma lei lo fa sembrare ancora più semplice: ritornare come quei neonati in età da svezzamento nel famoso esperimento in cui, messi davanti a vari alimenti, ognuno prendeva esattamente la dose dei vari nutrienti necessaria alla loro crescita, né in eccesso né in difetto. Il cammino non è in discesa ma si può fare. Leggendo questo libro ho dovuto combattere diversi pregiudizi difficili da estirpare.

Spiazzante.

Paul Auster, 4 3 2 1. 🇺🇸👯👯

Questo libro comincia e finisce con una barzelletta che è il nucleo ispirativo del libro stesso.

Un solo protagonista declinato in quattro gradazioni di vita, a partire dal momento zero, la notte in cui muore, o non muore, suo padre in un incendio. Da lì si dipanano le diverse vite del personaggio, con alcune costanti, molta vita e altrettanta letteratura nel mezzo. Quattro libri in uno, quindi. Confesso che a un certo punto ho dovuto cominciare a farmi uno schemino per non confondere i vari Ferguson. Non avevo mai letto nulla di Auster ma credo che lo farò ancora.

Ambizioso e semplice. Capolavoro.

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Daniela Lucangeli, A mente accesa 🧠👩🏼‍🏫

L’autrice è una delle più brillanti esperte non solo italiane di psicologia dello sviluppo, ha studiato e lavorato all’estero ma non esita a raccontare il suo disastroso esordio come maestra: ritrovandosi con una classe speciale da sola a diciott’anni, non trovò di meglio che scappare dalla finestra che dava sui campi. Questo le costò un’ammonizione che figura ancora nel suo fascicolo personale ma che non bastò a fermarla, anzi… Un esempio di come l’ipersensibilità possa essere una marcia in più per capire gli altri, specie quando sono piccoli e nessuno si china alla loro altezza per guardarli negli occhi. Consigliatissimo a insegnanti e genitori alle prese con i compiti, per capire perché gli errori non devono essere demonizzati.

Umile.

Sandor Marai, Le braci ❤️‍🔥🏰

Il romanzo gira intorno ad un unico fatto, centrale nella vita del protagonista, che riceve un vecchio amico d’infanzia nel suo palazzo per un ultimo incontro, vista l’età avanzata di entrambi. Per un’intera notte il generale si produce in un interminabile monologo, al quale l’amico risponde raramente e in modo laconico. Chiuso in un castello d’orgoglio, il vecchio generale si chiede se sia valsa veramente la pena rimanere arroccato nelle proprie posizioni.

Ripetitivo ma non noioso.

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Stefania Bertola, Romanzo rosa. 💗✍️

Avete mai letto quei romanzetti rosa in cui, dopo l’opportuna dose di vicissitudini e traversie, “egli la stringe fra le sue maschie braccia” e convolano finalmente a giuste nozze? Pensate che sia così facile scriverne uno? Frequentereste mai un corso per imparare a farlo? La protagonista di questo romanzo, che potremmo definire una bibliotecaria single gattara, si immerge in questo mondo fatto di regole ferree (lei non deve mai essere di ceto superiore a lui, per esempio) insieme ad altri compagni di scrittura, le cui storie si intrecciano ai Melody (così viene storpiato il nome della suddetta collana di romanzi rosa) che stanno creando. I brani delle lezioni di Leonora Forneris, con la sua solenne frivolezza, sono fra i più spassosi che abbia mai letto.  

Intelligentemente esilarante.


Antonio Manzini, Le ossa parlano 🦴🕵️

Un medico in pensione trova, durante una passeggiata in un bosco, delle ossa che sbucano dal terreno. E qui una rottura di co… del decimo livello si abbatte su Rocco Schiavone, ovvero il caso di omicidio. I resti risultano per di più appartenere ad un bambino. Ancora una volta Manzini sa intessere un bel romanzo giallo, con una struttura ad anello, che sottolinea l’importanza dei dettagli e anche del noioso ma necessario lavoro di controllo dei dati a tavolino. 

Ho finalmente capito da chi ha preso ispirazione Manzini per il personaggio di Schiavone: Girardo Patecchio, un autore del Duecento che nella sua Frotula noiae mortalis elenca persone e situazioni spiacevoli: la povertà, la strada rotta, il rasoio che non taglia, le donne che chiedono soldi… Chissà se anche lui aveva un cartellone?

Sempre valido.

Altri libri di Manzini📚


Georges Simenon, Il testamento Donadieu 👨‍👩‍👧‍👦🏠

Nemmeno questa volta Simenon ce la fa a non partire con il morto ma non si tratta propriamente di un giallo: il racconto si evolve nell’epopea di una ricca famiglia di provincia e delle sue peripezie per sussistere sopra un certo livello dopo la morte del capofamiglia. Bellissimo ritratto di donna nel personaggio di Martine. Definito da Camilleri come il più balzacchiano dei romanzi di Simenon, ha per me avuto il valore aggiunto di distrarmi durante le eterne giornate e, soprattutto, nottate di una breve degenza ospedaliera. Si conferma quindi il valore terapeutico/calmante dello scrittore belga. Sull’effetto Tavor di Maigret 👈

Splendido.


Gianrico Carofiglio, La disciplina di Penelope 🏋️‍♀️👩🏻‍⚖️

Le donne dei romanzi di Carofiglio sono sempre fortemente “fuori norma” e trasgressive: non fa eccezione Penelope Spada, ex magistrata dimessasi per un grave fatto non meglio precisato,  bellissima e forte fisicamente ma dedita all’alcol e al fumo in maniera piuttosto preoccupante. Nel romanzo racconta in prima persona di un’indagine privata presa in carico senza troppo entusiasmo, per riaprire un caso di omicidio ormai archiviato.

Breve ma piacevole.

Passione cinema:


L'Opera per imbranati:

Mozart parte I 

Mozart parte II,

 Rossini 

 Bellini

Donizetti

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